Immagina di aprire LinkedIn. Il tuo profilo è una landa desolata. Foto? Non pervenuta. Headline? Un trattino vuoto. Esperienze? Il silenzio. Nessuna bio LinkedIn, nessun post, nessuna prova concreta che tu abbia mai fatto qualcosa. Cosa potrebbe pensare di te chi non ti conosce, davanti a questo vuoto?
Saresti capace di presentarti senza i titoli conquistati, senza i badge delle competenze, senza gli endorsement degli ex colleghi e colleghe che – diciamocelo – magari non ti conoscevano nemmeno così bene? Se togliamo il ruolo, la bio LinkedIn, i like… cosa resta? Una persona, certo.
Ma attenzione, quale persona, nello specifico? Che storia racconterebbe di te il silenzio del tuo profilo?
Sono tante domande insieme ma in questo gioco da domenica pomeriggio, quando il Wi-Fi salta e ci si annoia, sono tutte domande dal grande peso. Perché nel 2025, la nostra identità professionale è inseparabile da come decidiamo di “esistere” online.
Non è più solo un CV digitale: è una versione riflessa di noi. Una proiezione che plasma la percezione delle altre persone, anche nei processi di selezione.
La bio social è una maschera (ben progettata)
Proviamo a immaginare che ci venga tolto tutto ciò che “racconta” chi siamo: titoli, ruoli, job title, certificazioni. Forse scopriremmo che ciò che chiamiamo identità è molto meno solido… e molto più teatrale di quanto pensiamo.
Compilare un profilo LinkedIn, se ci pensi, è un po’ come scrivere un comunicato stampa su di te. Titoli d’effetto, frasi ben calibrate, parole chiave studiate al dettaglio. È la palestra quotidiana dello storytelling personale, che poi è solo la versione 4.0 del vecchio “chi si loda s’imbroda” – con un algoritmo a decidere chi vede cosa.
LinkedIn è diventato il nostro specchio digitale principale. Nel 2025 ha superato il miliardo di utenti: una piazza globale dove non basta esserci. Bisogna anche performare. E performare bene.
Ricordiamo però che lo specchio non riflette. Lo specchio interpreta.
Diversi studi in psicologia organizzativa suggeriscono che separare ciò che siamo dal ruolo professionale può aiutare a ridurre ansia, aumentare la resilienza e stimolare la creatività nei momenti di cambiamento. Abbiamo parlato spesso anche noi di benessere lavorativo: è la necessità di avere un equilibrio tra lavoro e vita privata, di non trovarci in sovraccarico emotivo.
Non siamo davanti a un vetro trasparente. Siamo davanti a un filtro. Un filtro che scegliamo e regoliamo ogni volta: decidiamo cosa mostrare, cosa nascondere e anche cosa enfatizzare.
È il palcoscenico di Goffman, ma aggiornato ai like, alle reaction, ai cuori e alle condivisioni. Ogni post, ogni job title è una battuta in scena. E poi c’è la bio LinkedIn, quella sezione che tutti gli utenti scorrono, ma poche figure professionali scrivono davvero bene.
Più che una sintesi, è una costruzione narrativa. Una maschera che sembra autentica, ma è studiata per piacere. Deve convincere l’algoritmo, certo, ma soprattutto deve convincere il pubblico che sei la persona giusta al momento giusto.
E qui arriva il paradosso più sottile: più ci raccontiamo, più diventiamo “personaggi”. A furia di indossare quella maschera, finiamo per scambiarla per il nostro volto.
Il paradosso dell’autenticità
Quante volte al giorno senti questa parola: autentico? Ci chiedono di continuo se lo siamo, autentici, anzi, di più: ci viene chiesto di brandizzarci come autentici.
Nel mondo della comunicazione professionale, l’autenticità è diventata un format. Il post in cui racconti quel fallimento che però ti ha insegnato tanto. La foto al tramonto con riflessione esistenziale sulla leadership. L’aneddoto tragicomico di una call su Zoom, in cui il gatto si prende la scena. Tutto bello, tutto vero… o forse no.
Il filosofo Byung-Chul Han ci ricorda che viviamo nell’epoca della trasparenza. Un’epoca in cui tutto dev’essere visibile e comunicabile. In un contesto così, anche l’autenticità rischia di non essere più un valore, ma una strategia. Un altro modo, più sottile e accattivante, per performare meglio.
Esercizio mentale: prova a raccontarti senza il tuo job title
Facciamo un test veloce: descriviti senza usare il tuo lavoro. Non puoi dire cosa fai, né nominare titoli, competenze o soft skills e competenze. Niente “sono un ingegnere”, “sono una HR manager”, “sono una copywriter”.
Solo tu, senza etichette professionali.
Cosa diresti, allora? Molte persone, di fronte a questa domanda, vanno in crisi. Perché ci hanno insegnato a presentarci attraverso ciò che facciamo. Il lavoro è diventato la scorciatoia identitaria per eccellenza. Ma se perdi quel titolo, quel ruolo… chi resta? Un recente studio di Harvard Business Publishing, il “2024 Global Leadership Development Study”, mette in luce come cambino le competenze richieste ai leader di oggi. In un mondo sempre più incerto e in rapido cambiamento, non basta più un’etichetta fissa o un ruolo rigido: serve adattabilità, flessibilità, la capacità di ampliare continuamente il proprio bagaglio di skills.
In pratica, chi riesce a definirsi anche al di fuori del proprio ruolo professionale ha più strumenti per reinventarsi, per navigare l’incertezza con meno ansia e più serenità. Un vantaggio non da poco, in un mercato del lavoro sempre più dinamico.
Ecco allora il punto: forse dovremmo allenarci a raccontarci anche in assenza di lavoro. Non per negarlo, ma per non esserne prigionieri. Perché se ti definisci solo attraverso il tuo job title, rischi che, quando cambia, tu sparisca con lui.
Reclutare persone, non solo profili
Qui il discorso si fa ancora più serio. Perché non riguarda solo noi, come individui, ma anche chi seleziona, gli head hunter.
I recruiter lavorano ogni giorno tra keyword, CV filtrati, profili LinkedIn da scorrere in pochi secondi.
Ma se tutto questo è – almeno in parte – una maschera ben costruita, come si fa a vedere davvero la persona dietro il profilo? Un articolo di Deloitte del 2025 dal titolo Talent Acquisition Technology Trends sottolinea che le aziende stanno adottando modalità di selezione più articolate, come l’uso di dati, AI, valutazioni basate sulle competenze, per rispondere meglio ai cambiamenti del mercato. Strumenti che, secondo l’articolo, favoriscono non solo efficienza e velocità, ma anche una maggiore qualità nell’ingaggio dei candidati.
Il compito dell’HR del futuro non sarà più quello di leggere tra le righe di un CV, ma di riconoscere ciò che non è scritto. Saper cogliere i silenzi, le sfumature, le storie che non entrano in 2000 caratteri di bio LinkedIn. Perché sì, puoi anche scrivere di essere un “problem solver creativo con forte orientamento al risultato”, ma la vera domanda, per chi assume, è un’altra: cosa fai quando il problema non è descritto su LinkedIn, e il risultato non si misura in KPI?
Quando chiudi il browser
Forse siamo molto più di ciò che possiamo scrivere in qualche riga di testo.
Forse il nostro valore non sta nei like che prendiamo, né nei titoli aggiornati con puntualità maniacale.
La nostra rubrica editoriale Future Work non propone un ritorno nostalgico al “non raccontarsi”. È un invito a guardare oltre. A ricordarci che esistiamo anche fuori dal nostro profilo LinkedIn.
La parte più autentica di noi non è quella che appare in cima al feed. È quella che resta quando chiudi il browser.
Solo nome e faccia: cosa resta?
Se domani LinkedIn cancellasse tutte le bio e ci lasciasse solo nome e foto, sembrerebbe di essere tornati a un party degli anni ’90.
Niente digital. Solo faccia a faccia.
E forse, in quel silenzio fatto di keyword mancanti, ci accorgeremmo che la parte più interessante delle persone non è mai quella scritta in bella calligrafia sotto il titolo “About”.



